mercoledì 25 dicembre 2013

STELLA






Dopo l’amore, il silenzio
 una carezza ,forse
     e dormire.
      Mi sento ferita ,
     non riesco
   a sognare
    tempi migliori  ,
    scivolo  dalle lenzuola 
  e guardo fuori ,
tempo d’avvento,
    aspetto
 la Redenzione  
   ma patisco
  il   Male
  le lacrime dei senza colpa ,
 infamia umana
  fuori , dentro i miei occhi .
Ho perduto la via ,
  il senso
 di noi ,
struggente malinconia
dell’enigma  svelato 
  pace, infine  ,
 armonia tra uomini  
abbandonati  .
 Scura è la notte,
gelida ,
senza sorriso,
sul puntale dorato
del Natale dei piccoli
metterò la mia Stella,
Stella di speranza,
Stella di fede,
Stella di attesa
per un amore
buono ,
che sciolga la pena,
il dolore di tutti
e che ci salvi.

mercoledì 18 dicembre 2013

FAME







Ritorno a casa,
deserta,
vuota .
Il caffè calma   
ma non sazia    
la fame d’altro , 
la fame in due .
In questa stanza    
c’è solo rabbia ,    
risposte mai ,
parole
matte .
Parlami,
o fuggi
e scivoli  via,
futili gioielli
di noia,
di resa,
di vita
non vita.
Ripetimi,
ancora,
qual è la salvezza ,
un varco
per noi,
riemerge dal fondo,
dall’acqua innocente,
abbaglia e
ci salva,
nei volti di sole
di giorni dorati.
Ma tu
non ci sei
e darmi non puoi
né pane
né aiuto.
E io
non lo so
se parto
o rimango.









  

domenica 15 dicembre 2013

INFINITO








La linea della cresta
  punta alla scogliera      
ripida della costa ,
   inverno d’oltremare
    di sassi, di ricordi
  di gracile dolore .
 M’inondo  nel sole
   mi distendo
 nuda ,
 nella pietra riarsa
  non sento paura ,
   timore
 né vergogna.
 In questo limbo 
  tra passato e futuro 
   riconosco l’istante.
 Solitaria
 canto
una nenia antica ,
 come perle d’azzurro
 infilo armonie 
 nella mia mente,
 anima inquieta  
  in fuga,
    cercando un altro mondo
  un altro viaggio
  un’altra vita
  dove vorrei perdersi  ,
   illudermi  ancora ,
ancorata
 d’ effimera
 presenza
  nel sogno,
onda
infinita .


                

mercoledì 11 dicembre 2013

INTERNO NOTTE






La seconda volta metà ci sorprende e metà ci si abitua, convivere con spavento e dolore, prendere e partire, ancora, dalla mia casa piccola e amica alla sua casa  rispettabile, fredda, si entra bussando, come se si fosse in visita. ’Mi  manca il respiro ‘ e via, un’altra volta al  Pronto Soccorso del grande Ospedale tra bancarelle di Natale e i vagabondi randagi del metrò, odore impersonale di ammoniaca e routine, Accettazione, ‘Come si chiama, dove le fa male?’ La paziente è lucida e persa tra prelievi e TAC, mi sembra piccola, come di vetro, cristallino e durissimo, non può parlare ma guarda tutti con gli occhi miopi di uno scienziato che scruta l’intero reparto, domina noi, che aspettiamo con la sua tessera sanitaria e il trolley grigio preparato da sempre, ci si convive con la morte, tra il comodino e le sue belle rose, le cura da anni con amore, e mi biasima sempre…Distolgo lo sguardo, osservo gli altri, il Pronto Soccorso è un porto di mare, chi va, tra sollievo e impegnative e chi viene, occhi sbarrati, volti pallidi avvoltolati nelle coperte termiche delle lettighe di acciaio. Si gela a Milano la sera, in ospedale fa caldo ma fredda è la paura sospesa di chi porta mogli, mariti, vecchi, varia umanità, nel gabbiotto tutto vetri, il medico di guardia valuta l’urgenza del caso, codice verde giallo, rosso fuoco, si emigra nell’altra stanza  per essere visitati, punzecchiati, auscultati, monitorati  senza dignità, è normale per un medico sapere la causa del male fisico di un ammalato, se possibile curarlo, ma vedere un essere umano, nudo, con fili, sonde, siringhe, è straniante per chi lo vede e aspetta in silenzio cercando un appoggio precario nella stanza d’aspetto. Scopro che ci sono pochi infermieri e ancora meno medici, tempo di crisi, mia madre dovrebbe fare un’ ecografia ma hanno chiuso il reparto, la portano in un altro ospedale,  alle due del mattino sono uscita cercando alla macchinetta un caffè amarissimo e ho visto interi edifici sventrati per rifarli nuovi e funzionali, ma da anni stanno lì, assi e scheletri senza anima, hanno scavato tutto, un buco ‘in fieri’. In milanese si dice che un’opera è come ’la fabbrica del Duomo ‘, infinito, costoso e inconcludente, a scapito di tutti noi, di me che vedo l’andirivieni delle ambulanze, infarti in atto, incidenti stradali, un ragazzino’ fatto’ e chi non ha nulla e nessuno, entra cercando un riparo per la notte, poi si vedrà. Ciondolavo sulla sedia quando mi hanno chiamato, mia madre rimane lì tra gli altri pazienti nella Sala Osservazione, ha tanti anni e poco potassio, le hanno fatto male le pillole per la pressione, la dimettono il giorno dopo, intanto dorme protetta; io esco che è quasi mattino con la voglia folle di parlare con qualcuno, due parole, un sorriso, uno sguardo complice, un cenno della mano, ora, subito voglio la folle voglia della vita.