lunedì 17 febbraio 2014

A CHI DI DOVERE






Antefatto: mia madre s’è rotta il femore, è anziana con problemi di coagulazione del sangue, quattro di mattino, non c’era posto al ‘Pini’ né al Policlinico, l’hanno portata in un altro ospedale, non dico dove perché è meglio così, per il quieto vivere, però racconto questa storia per mia mamma e per tanti pazienti che hanno visto, e sopportato, le storture e i danni della sanità milanese, così illustre e malata. Non parlo dei malanni fisici, quelli, qualche volta, si curano, parlo di mali sotterranei, burocratici  o peggio, tutti ‘italiani’, e della peggior specie. E’ un grande ospedale, a due passi si sente il profumo di stampa, di cultura e di moda, fior di architetti hanno sventrato teatri, cinema, interi quartieri per costruire edifici stratosferici, brutti e vuoti, con la penuria di soldi che c’è forse ci si può permettere una sottospecie di ‘loculo’ in leasing, è per l’Expò 2015, un giro di affari che fa  paura;   però alla sera ho visto barboni, varia ‘disumanità’ reale, bivaccare vicino alle pensiline di un bus bestemmiando la vita bastarda e   ‘Milano che sale’, la Madonnina del Duomo è lontana, e sembra non sorridere… Il dottore di turno mi ha detto ciò che già  sapevo, un’ operazione e lunghi giorni di cure, mi ha richiesto le lettere di dimissioni degli ospedali in cui mia madre ha ‘piacevolmente’ soggiornato, si sa, gli acciacchi degli anni si vedono e, ahimè, si sentono. Siamo interconnessi, l’era digitale è una cosa da poppanti, come me, sono imbranata ma senza computer non vivo, però sono ritornata a casa di mia madre di corsa per cercare le scartoffie burocratiche perché gli ospedali informaticamente non ‘parlano’  l’un con l’altro, manca la volontà , o i soldi, per ‘legare’ le varie informazioni. Sono arrivata trafelata ed ho visto lei, mamma, donna anziana, paziente, con le tasse, salate, che paghiamo tutti noi ferma lì parcheggiata nella barella al Pronto Soccorso,  con solo il camice bianco d’ospedale e, cara grazia, una coperta leggera, con le quattro cose che aveva quando siamo entrati, nessuno l’ha assistita nello stanzone con  pochi infermieri e solo un medico,  si ‘taglia’ anche il dolore e la dignità di chi soffre ? Alla fine, con le carte in regola, è salita in reparto ed è stata operata, di solito in altri ospedali c’era almeno un medico, anche ‘di figura’, come si dice, ma c’era, qui nessuno, con tre infermieri che lavoravano da matti, poveretti, tra flebo e padelle, i dottori latitavano, mi hanno detto che si doveva prendere l’appuntamento per parlare con loro, si metta in coda, grazie… Va bene, mi hanno messa in lista e ho aspettato come un’alunna diligente, anche se mi rodeva, non sapete quanto! Finalmente è arrivata una dottoressa, distratta quanto basta, non sapeva niente di mia madre, eppure ho aspettato più di un giorno, almeno informarsi, s’è eclissata cercando lumi tra le cartelle, si sta riprendendo – questo lo so già – dovrà andare in un altro istituto per la riabilitazione, e mi ha proposto un centro geriatrico a Milano, sì, ma lontanissimo e scomodo come mezzi. Sapevo che, dove abitiamo noi, ce ne sono due abbastanza vicine, anche se in periferia, ci sono i metrò, sono servite, noi lavoriamo e l’orario di visite non è impossibile, perché non qui? ‘Perché sono collegati con altri ospedali, non si può ‘scavalcare’ l’autorità di dirigenti e varie associazioni, a meno che… conoscete qualcuno d’importante a cui chiedere , una ‘dritta’ insomma, altrimenti c’è un istituto di cura a Canicattì Di Sopra…’ Ho accettato la prima opzione, deglutendo a fatica rabbia e umiliazione, pensando che l’Italia ‘di fuori’, di complotti e politichese, s’impantana e si confonde, che l’Italia ‘di dentro’, di raccomandazioni e ‘dì che ti mando io’ affonda sempre più nella palta. A chi di dovere.